LUISS Finance Club (LFC) | FED: luci e ombre
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FED: luci e ombre

FED: luci e ombre

La Fed – Federal Reserve System – la banca centrale più influente al mondo è ora pronta a dare inizio al processo di normalizzazione dei tassi d’interesse, dopo 9 anni di misure monetarie espansive poste in essere con lo scopo di attenuare gli effetti negativi della più grande crisi finanziaria della storia, seconda solo a quella del ’29.

Infatti, nonostante il rinvio del 17 settembre del “lift off”, ossia del rialzo dei tassi d’interesse, il presidente della Fed, Janet Yellen, durante il corso di un suo intervento alla conferenza universitaria in Massachusetts, ha annunciato che con molta probabilità il primo rialzo avverrà entro la fine dell’anno. L’annuncio rappresenta quindi l’inversione di rotta dopo nove anni d’immobilismo monetario, in cui i tassi sono sempre rimasti invariati tra lo 0-0,25%. L’ultimo rialzo infatti risale al giugno 2006, quando il costo del denaro fu portato dal 5 al 5,25%. Tale annuncio rappresenta di fatto la fine dell’era “cheap money”.

Per il momento però, i vertici della Banca Centrale statunitense hanno allineato le loro strategie con quelle delle altre maggiori banche centrali: Bce, Bank of Japan e Bank of England. La linea dell’attendismo e della prudenza non è stata però condivisa da tutti. Infatti, la decisione è stata presa a larghissima maggioranza, con nove voti a favore ed uno solo contrario: quello di Jeffrey M. Lacker, che avrebbe voluto vedere al rialzo il costo del denaro di 25 punti base. Prima di oggi, per cinque volte consecutive le riunioni della Fed avevano visto tutti d’accordo.

Il FOMC (Federal Open Market Committee), il Comitato della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto, ha riferito che risulterà appropriato alzare i tassi quando si saranno osservati ulteriori progressi nel mercato del lavoro e quando l’inflazione sarà tornata verso l’obiettivo di medio termine del 2%; chiari riferimenti dunque alla preoccupazione per lo stato dell’economia globale, al rallentamento dell’economia cinese e alla volatilità dei mercati. L’inesistenza di un adeguato livello d’ inflazione e la possibilità che gli eventi finanziari potrebbero frenare la crescita economica fanno dell’aumento dei tassi di interesse una policy che ostacolerebbe la ripresa. La stretta monetaria avrebbe come primo effetto il rialzo delle quotazioni del dollaro mettendo in pericolo le esportazioni Usa e il mercato del lavoro. Inoltre, l’aumento del costo del denaro metterebbe in difficoltà i paesi emergenti che, indebitati in dollari, si troverebbero a dover ripagare debito e interessi in una valuta sempre più forte. Anche i margini delle multinazionali americane, i cui redditi sono denominati in valute più deboli, sarebbero ridotti, influenzando al ribasso i propri corsi azionari.

La Fed, quindi, si assume il difficile compito di inaugurare il processo di normalizzazione dei tassi d’interesse in un contesto internazionale in cui le altre già menzionate banche centrali continuano e con buone probabilità continueranno a sostenere politiche monetarie accomodanti.

Nonostante le implicazioni negative che hanno portato la Fed a rimandare la decisione ai prossimi mesi, esistono altrettante valide ragioni che hanno condotto i funzionari della Fed a prendere in considerazione una politica monetaria più restrittiva. Primo fra tutti, l’aumento del costo del denaro servirebbe a rallentare espansioni speculative nei mercati di capitale. Il timore è rivolto con chiarezza alla bolla speculativa della New Economy, verificatasi a metà degli anni ’90 nell’era della c.d. festa del credito e scoppiata agli inizi del nuovo secolo e a quella immobiliare con il tracollo dei mutui subprime ed il contestuale default di Lehman Brothers nel 2008. In aggiunta un minimo aumento dei tassi consentirebbe un riassestamento monetario che limiterebbe i rischi connessi all’aumento dell’inflazione e all’instabilità finanziaria, conseguente ai quantitative easing. Infine, i dati macroeconomici che avevano scoraggiato fino all’inizio di quest’anno la ristrettezza monetaria si sono, in questi ultimi mesi, assestati su valori nettamente più confortanti. L’inflazione è cresciuta molto meno di quanto fosse previsto (0,3% contro il 2% atteso) e il tasso di disoccupazione US è sceso al 5,1%. A questo va aggiunto che il contesto europeo si sta stabilizzando lentamente con la risoluzione parziale del problema Grexit e che i Paesi emergenti, nonostante il declino percentuale del GDP growth rate, hanno potuto beneficiare del calo del prezzo del greggio. A questo punto i mercati hanno bisogno di una chiara e decisa politica monetaria, per evitare una sfiducia nelle istituzioni innescata dall’alta incertezza che renderebbe i mercati ancora più volatili e per questo meno appetibili dagli investitori.

 

Di Gianluca Fioravanti