Menù

LUISS Finance Club (LFC) | I dazi nell’amministrazione Trump
15802
post-template-default,single,single-post,postid-15802,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_grid_1300,side_area_uncovered_from_content,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-10.1.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0.1,vc_responsive
 

I dazi nell’amministrazione Trump

I dazi nell’amministrazione Trump

Il neo presidente eletto alla Casa Bianca, Donald Trump, sta iniziando a perseguire la sua idea di politica commerciale sotto le bandiere di America First tramite due decreti.

Con uno dei due decreti Trump ha commissionato una verifica approfondita dei deficit più imponenti, dando 90 giorni al Ministero del Commercio e all’Ufficio del Rappresentante commerciale della Casa Bianca per identificare le cause e valutare l’impatto di pratiche scorrette, comprese manipolazioni delle valute. Con il secondo documento prescrive un’applicazione più draconiana di rimedi al dumping (cioè la vendita all’estero di un bene a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati nel mercato interno) a difesa delle imprese manifatturiere domestiche.

Ed è proprio con il secondo decreto che il neo 45° presidente degli Stati Uniti minaccia un inasprimento, sino al 100%, dei dazi Usa su una serie di prodotti europei.

Non è la prima volta che Usa ed Ue si minacciano e si danno battaglia a suon di dazi e di chiusura delle frontiere agli scambi commerciali. Tra l’ottobre ed il novembre del 1988, l’allora Comunità economica europea (Cee), annunciò che di li a poco avrebbe chiuso le frontiere all’importazione di carne bovina ottenuta con gli ormoni della crescita proveniente da Stati Uniti e Canada. Di conseguenza Washington replicò con una lista di prodotti importati dall’Europa a cui avrebbe raddoppiato i dazi. La Cee decise a sua volta di applicare misure ritorsive come risposta all’innalzamento dei dazi annunciato dagli Stati Uniti, che a loro volta presentarono ricorso in sede Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) per risolvere il contenzioso commerciale. La disputa sulla carne tra Cee e Usa venne però bloccata dal diffondersi della Bse (Bovin Spongiform Encephalopathy), universalmente nota come “morbo della mucca pazza”, che dilagò in Europa fino ad oltre la metà degli anni novanta.

Le diplomazie di Usa ed Ue hanno continuato a cercare un accordo, tanto che nel 2009 trovarono un’intesa per due tranche di carne bovina americana fino a sfiorare le 50mila tonnellate all’anno. L’accordo divenne poi definitivamente ufficiale nel 2012.

Successivamente, nel 2013, l’Unione Europea e gli Stati Uniti cominciarono il negoziato sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un nuovo accordo commerciale su un’ampia gamma di produzioni industriali ed agroalimentari. Ma l’Europa, sempre meno convinta della convenienza del TTIP, dichiarò lo stop delle trattative nel settembre scorso, offrendo all’amministrazione Obama l’opportunità perfetta per riaprire la diatriba sul tema della carne ottenuta con gli ormoni. A ciò va aggiunto che i produttori americani di carne sostengono che Bruxelles non stia aprendo abbastanza i suoi mercati e che Paesi a basso costo quali l’Uruguay usurperebbero la quota americana.

Su richiesta del settore della carne bovina statunitense è stata fissata un’udienza pubblica per individuare particolari prodotti e Stati membri dell’Ue che possono essere soggetti all’imposizione di dazi particolari, con l’obiettivo di risolvere questo contenzioso. L’elenco discusso nelle ultime settimane, accanto a carni (prosciutti compresi) e con esclusione dei vini, rivela l’ampio ventaglio dei prodotti di fascia alta a rischio: dal Roquefort a paprika e senape, dal cioccolato alle castagne, dai tartufi ad acque minerali quali Perrier e San Pellegrino, dai pomodori in scatola agli accessori per capelli. E motociclette di piccola cilindrata, tra le quali appunto la Vespa di Piaggio.

 

L’impatto sul Made in Italy

 

Non è poco il rischio che correrebbe il Made in Italy se la politica protezionistica di Trump dovesse essere messa in atto.

Complessivamente si è stimato che il Made in Italy, negli Usa, vale 36,9 miliardi di euro, in crescita del 2,6% rispetto ai 35,9 miliardi del 2015. L’Italia, invece, acquista dagli Stati Uniti beni per 13,9 miliardi. La quota del “Made in Italy” negli Usa è costituita, principalmente, da meccanica (23%), mezzi di trasporto (19%), tessile e moda (9%), chimica (8%), alimenti e bevande (7%).

Come spiegato da Federalimentare, su 38,4 miliardi di euro di export agroalimentare nel mondo, la quota degli Usa è di 3,8 miliardi, quindi circa il 10%.

Per ora, l’attenzione sembra essere concentrata su settori, per noi, meno dolorosi: le acque minerali (230 milioni di export in Usa nel 2016), ortaggi e conserve (168 milioni), carni lavorate e prodotti a base di carne (circa 100 milioni), motocicli e motori (182,7 milioni).

Mentre i “big” della nostra industria alimentare (da Beretta a Barilla, da Ferrero a Rana) sarebbero esclusi da questa manovra poiché già da tempo producono negli Stati Uniti o in Canada per il mercato locale.

Secondo Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare, la colpa può essere attribuita per buona parte a Bruxelles. Sarebbe bastato infatti che, tramite una modifica alla normativa Ue esistente, l’Unione Europea avesse riservato una quota esclusiva agli Stati Uniti per l’esportazione di carne bovina senza ormoni. Invece, il contingente a “dazio zero” di 45mila tonnellate è stato esaurito da paesi come Australia, Brasile e Argentina, che hanno prezzi più economici.

 

Le reazioni

 

Anche negli Usa le reazioni all’annuncio di voler attuare una politica così protezionistica non sono state positive. In particolare la Corporate Americana, è preoccupata. Non tanto degli effetti nel breve periodo che deriverebbero da questa manovra, quanto da quelli nel lungo, che verosimilmente potrebbero tramutarsi in un innalzamento dei dazi da parte dei paesi colpiti da questa politica. Anche diversi Stati si sono mobilitati affinché Trump ritorni sui suoi passi. Nello specifico, in Iowa, dove la produzione di mais genera circa 13 miliardi l’anno, lo spettro che guerre commerciali ostacolino il suo export, ha spinto le sue associazioni imprenditoriali ad invitare estrema cautela. Wisconsin, patria del formaggio, e Texas, che con il Messico ha un surplus, hanno messo in chiaro di aver molto da perdere.

Alcuni studi hanno cominciato a quantificare l’impatto interno del protezionismo. La border tax da sola, un’imposta del 20% sull’import, già solo nei confronti del Messico si tradurrebbe in media in un costo di 500 dollari a famiglia, che in Stati come Michigan e Texas salirebbe a 2.288 dollari e 1.836 dollari. Nell’auto una border tax costerebbe complessivamente 60 miliardi. Il risultato: aumenti dei prezzi e cali nei margini di profitto, nelle vendite e nei posti di lavoro, ipotizza JD Rogers.

La scelta di Trump di voler adottare una politica protezionistica tramite l’innalzamento dei dazi sembrerebbe azzardata. Al tempo d’oggi con lo sviluppo della rete e la digitalizzazione dei servizi è alquanto semplice superare l’imposizione di dazi sull’import. Basti pensare ai servizi offerti da Amazon o eBay che riescono a trasferire i loro prodotti in tutto il mondo con i propri mezzi, in modo tale da rendersi il più autonomi possibile. D’altronde lo ha affermato anche Roberto Sommella, Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust:” Il territorio di oggi è la rete: o togli l’internet oppure i dazi non hanno alcun senso”.

 

A cura di Nicolò Capo